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Lo sviluppo di una nuova spazialità (5/5)

January 26, 2008

“il disegno […] nel periodo moderno, diventa lo strumento fondante di una ricerca spaziale multiforme, privilegiando in tal modo l’aspetto di una ricerca autonoma a svantaggio di un atteggiamento puramente rappresentativo.” 12

Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da una commistione di tante discipline con cui l’architettura digitale ha acquistato nuova vitalità, riuscendo a distaccarsi dallo status riduttivo di mezzo rappresentativo informatico. Un nuovo processo di conformazione spaziale si è andato sviluppando, mediato da sperimentazioni assidue di architetti come Asymptote, Maurice Nio, Karl Chu, Bernard Cache, etc. che hanno saputo cogliere nel computer prima, e nel virtuale poi, un motore generativo di ausilio alla creatività. Progettisti avanguardisti hanno trasportato il modello conoscitivo dello spazio dal luogo mentale-cartaceo-bidimensionale all’ambiente informatico-digitale tridimensionale.

Tra i primi a comprendere il cambiamento, l’architetto americano Peter Eisenman, progettista critico del decostruttivismo, ricercando all’interno del suo bagaglio metodologico e ricalcando le sovrastrutture percettive del suo immaginario attraverso il computer è giunto ad utilizzare matrici architettoniche informatiche integrate nel processo creativo. Matrici che autonomamente assumono processi formali imprevedibili; concettualmente non oltrepassano i confini logico-funzionali imposti dalla griglia informatizzata, ma all’interno di essa producono suggestioni formali che vanno a costituire la pelle dell’edificio.

Il computer così trova posto all’interno dello studio di architettura come strumento generativo e si affianca all’architetto nella professione quotidiana. Ma Eisenman apre anche verso l’evoluzione futura del medium, e con uno sguardo al passato ricorda:

“Le nuove complessità sono sempre esistite, nascoste all’interno di delle convenzioni preesistenti. Allo stesso tempo, le attuali potenzialità forniteci dal computer reprimono e nascondono simultaneamente anche altre possibilità operative. Diventa compito di noi architetti costruire i nuovi strumenti e i algoritmi capaci di produrre i complessi ambienti necessari alla nostra attuale condizione” 13

La stessa contrapposizione di forze tra autonomia di ambienti operativi digitali e strumentalismo del mezzo si ritrova nel “ […] bisogno della disciplina di convincere uno studente a costruire città plug-in invece di una bella casettina in mattoni”(14), espressione che Peter Cook degli Archigram nel lontano 1967, usò per commentare quegli architetti altamente tettonici i quali erano in dura polemica nei confronti delle utopie nascenti.

La comparazione non è azzardata in quanto quelle stesse correnti radicali hanno costituito il terreno di sviluppo dello spazio immateriale, legato ai fenomeni della Popart, dei mass-media, e ai cambiamenti della società in generale. Assumersi il compito di cercare di modificare l’aspetto e con esso la percezione sociale del territorio in senso lato attraverso l’uso dei nuovi media non è forse un elemento comune ai due movimenti?

La portata innovativa è da considerarsi di uguale spessore, sembrerebbe una ciclica ripetizione dei fatti, adesso realizzabile con il supportato di piattaforme tecnologiche avanzate; è questo lo status storico su cui muove il quadro generale della trans-avanguardia e nello specifico il movimento trans-architettonico.

Ma la realtà immateriale, leggera, intesa come spazialità vissuta, ha bisogno di un’articolazione funzionale, una ripartizione, un metodo, che rispetti regole estetiche, coerenti o dissonanti, imposte da fattori contingenti la realtà virtuale stessa.

“Il virtuale costituisce l’entità: le virtualità inerenti a un essere, la sua problematica, il nodo di tensioni, di vincoli e di progetti che lo animano, interrogativi che lo muovono sono una parte essenziale della sua determinazione.” 15

Gli elementi aggiunti del linguaggio aleatorio digitale, o per dirla in altri termini, del progetto della leggerezza, sono molteplici e difficilmente comprensibili ai più, causa il radicamento estetico ai vincoli strutturali dell’opera architettonica. Dubbi, questi, sulla possibile mancanza di vincoli strutturali, a cui si aggiungono perplessità di carattere compositivo; in particolar modo nel riconoscere la macchina informatica inserita nell’iter-progettuale un nemico nella ricerca di nuovi modi di fare, in quanto:

“il repertorio di soluzioni tecniche già archiviate in memoria comporta come limite il rischio del ricorso a vie progettuali prefissate, ma un uso illuminato della nuova sperimentazione potrà aumentare agevolmente le informazioni esistenti includendone via via di nuove” 16

Non a caso l’uso sperimentale di metodologie informatiche è l’obiettivo principale dei progettisti contemporanei che si propongono di trasporre le peculiarità dei media provenienti da altri campi per consolidare il principio di trasversalità dell’architettura virtuale, nell’accezione estrema del termine, innescando così quel processo storico che fa di una trend una stagione culturale.

Gabriele Musella

12 De Fusco R., Il progetto d’archtettura, La terza, Bari, 1983, p.34.

13 Eisenman P., Una carta nella giungla, in Barzon F., La carta di Zurigo, Testo e Immagine, Torino, 2003, p.29.

14 Il testo venne pubblicato sulla rivista Perspecta di Yale nel 1967, a pochi mesi dall’uscita del settimo numero di Archigram, trad. it. www.trax.it.
15 Bradaschia M., La partita di Scacchi, intervista a Peter Eisenman in Il Progetto, n°1 Luglio 1997.

16 De Rubertis R., Il disegno dell’architettura, Kappa, Roma, 2002, p.165.

Etimologia dell’architettura virtuale (4/5)

January 26, 2008

virtuale, tralasciando l’antico senso latino dalla radice virtute e poi virtus attribuito alla forza dell’uomo, il remoto significato è stato riesumato dagli umanisti per essere usato nella particolare accezione virtuoso, “nato nelle corti e applicato agli artisti, ai letterati, ai cantori”.

Dopo che la Chiesa aveva caricato vitrute di molte accezioni particolari che faranno parte della terminologia filosofica scolastica si arriva al termine virtuale, da cui deriva “che esiste solo in potenza e non è ancora in atto” (1406, F. Buti); una potenzialità inattuata.

La prima definizione di virtuale in ambito moderno si può considerare “detto di punto o immagine nel quale non convergono, ma dal quale sembrano provenire, i raggi luminosi” (1805, D’Alb.: fuoco virtuale) riconducibile alle tecniche del disegno prospettico, seguito da “detto di spostamento o lavoro possibile, cioè compatibile con i vincoli, immaginato ma non effettuato” (1933, Enciclopedia Italiana) appartenente agli studi sulla statica, indici della trasformazione di significato che ha subito il termine applicato ai diversi contesti a seconda del periodo storico. Stessa operazione adottata oggi nello sposarlo col sogno digitale. Per concludere con il più generico “di tutto ciò che può avere, ma non ha, realizzazione o manifestazione concreta” (1940 Palazzi). 8

Quest’ultima oggetto di spunti; tutte quelle “cose”, per quali ragioni non potrebbero essere realizzate o manifestate? Il digitale potrebbe essere il luogo dove manifestarle? In un mondo artificiale ma poggiato su basi concrete?
Una questione irrisolta.

Il digitale sembra assolvere almeno a ciò che concerne la “manifestazione concreta”. Tutta la tecnologia, funge quotidianamente alla manifestazione di sé stessa, significante del virtuale. Per la “realizzazione” di “tutto ciò che può avere ma non ha” gli studi attuali non riescono a dare risposte. Per ovviare all’inconveniente teorico si cerca di convertire il concetto di realizzazione tangibile portando la realtà a confondersi con i bit, e non viceversa. Se letta in questi termini la precisa definizione di virtuale troverà fine, e insieme inizio di scientificità nella ricerca, con la scoperta della “realizzazione” dell’irrisolto.

Tra le attuali definizioni date al termine, Pierre Lévy autore del saggio Il virtuale e filosofo, sostiene che il virtuale è “trasformazione da una modalità ad essere un’altra”, e lo contrappone non al reale, ma all’attuale.

“Il virtuale […] non si oppone al reale ma all’attuale. Contrariamente al possibile, statico, e già costruito, il virtuale è come il complesso problematico, il nodo di tendenze e di forze che accompagna una situazione, un evento, un oggetto o un’entità qualsiasi, e che richiede un processo di trasformazione: l’attualizzazione.”9

Emerge l’inevitabile condizione dinamica, temporale dell’evento, a cui il progettista e l’ambiente artificiale stesso non possono sottrarsi. Da qui il bisogno dello spazio costruito di digitalizzarsi per acquisire la componente dinamica nel senso Lévyano. Perciò il nodo di forze presuppone variabili che generano direttrici, interpretabili come forme, scelte, percorsi, equazioni e tensioni. Infatti Lévy continua:

“mentre lo svolgersi puramente logico di un programma informatico è riconducibile alla coppia possibile/reale, l’interazione tra l’uomo e i sistemi informatici fa capo alla dialettica del virtuale e dell’attuale” e sintetizza
“il reale assomiglia al possibile; l’attuale, invece, non è affatto simile al virtuale: gli risponde”. 10

Gabriele Musella

(8) Cortellazzo M. e Zolli P., op. cit.

(9) Lévy P., Il virtuale, Raffaello cortina editore, Milano, 1997.
(10) Idem.

Etimologia dell’architettura virtuale (3/5)

January 26, 2008

Per comprendere appieno il significato profondo del termine Architettura virtuale è utile osservare, come spesso accade nella definizione del brief, l’etimologia delle due parole, iniziamo con:

architettura, radice lat. architectu dal greco architécton (composto da archi- e técton ‘costruttore’), “arte e tecnica di progettare e costruire edifici o altre opere” (1516, Ariosto Orlando). Architétto, s.m. “inventore, creatore, ideatore” (1374, F. Petrarca).
Architettare, “progettare e realizzare un edificio, un’opera di architettura” (1571, B. Cellini), “formare con la mente” (1827 Stampa milan.).4

La definizione dalla Stampa milanese del 1827 di “formare con la mente” è quella più vicina alla rappresentazione mentale dell’architetto, inteso come colui che organizza i pensieri, disegna il modello nella mente e ne plasma le forme.
Anche la definizione del Petrarca del 1374 “inventore, creatore, ideatore” come persona che passa attraverso l’idea, si ingegna di per inventare e creare l’opera, esplicita un processo creativo di ampia portata in cui l’architetto esplora attraverso il disegno nuove aree di sviluppo. Concezione ampliata nel tardo-rinascimentale in cui la rappresentazione assunse indipendenza e centralità nel processo ideativo dell’architettura, al punto che “la cultura figurativa del rinascimento attribuì […] per la prima volta al linguaggio grafico una sua autonomia, riconoscendo nella moltitudine delle sue forme anche una purità di contenuti”.5

Questo passaggio è utile a comprendere la divisione tra interiorizzazione ed esternizzazione del disegno, tra ideazione e attività tecnica, iniziata dalla metà del cinquecento dove “il disegno appare dunque svincolato dalla angusta dimensione dell’attività pratica e della tecnica, divenendo invece espressione delle capacità intellettuali e creative dell’artista”.6
Distacco rappresentativo che porterà, enfatizzato nel barocco e riportato alla luce da architetti contemporanei come Eisenmann ad usarlo come valore storico per percorrere e anticipare il tema virtuale.

Il virtuale, negli stessi termini, pone il problema della trasposizione del modello conoscitivo sul supporto informatico, della funzione del metodo rappresentativo digitale nell’architettura, e dell’autonomia che conquisterà in uno scenario futuro.
Inoltre, il confronto è utile a capire l’inversione di tendenza nei rapporti tra le discipline. Se prima, nel XVII secolo, era l’architettura che tramite la rappresentazione offriva momenti d’indagine agli altri ambiti scientifici (7) il processo è invertito, ermetico; l’architettura è diventata il luogo di convergenza di saperi trasversali.

Attraverso le specificità non solo dell’architettura, ormai calderone fittizio sotto il cui nome vengono raccolte buona parte delle discipline del progetto, altri ambiti propongono suggestioni metodologiche rappresentative dei cambiamenti in atto.
Non dimentichiamo le protesi medicali, le mappe di sviluppo demografico, le tabelle insediative, i percorsi espositivi didattici, e non ultimo, l’incontro tra chimica e architettura nel padiglione H2O dei Nox, in cui le molecole di idrogeno ed ossigeno hanno suggerito la disposizione degli ambienti e la relazione col contesto.

Gabriele Musella

(4) Cortellazzo M. e Zolli P. a cura di, Il nuovo etimologico, Zanichelli, Bologna, 1999, p.122.
(5) De Rubertis R., Il disegno dell’architettura, Carrocci editore, Roma, 1998, p.100.
(6) Quici F., Tracciati d’invenzione, Utet, Roma, 2004.

(7) Basti pensare all’importanza della diffusione di calcografie con soggetti d’architettura, o come nel caso degli scavi di Pompei in cui la circolazione di stampe al tratto fu tale da generare un falso storico sulla colorazione delle statue classiche e condizionare un interno periodo storico, il neoclassicismo, e con esso la percezione della storia dell’arte.