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Etimologia dell’architettura virtuale (4/5)

January 26, 2008

virtuale, tralasciando l’antico senso latino dalla radice virtute e poi virtus attribuito alla forza dell’uomo, il remoto significato è stato riesumato dagli umanisti per essere usato nella particolare accezione virtuoso, “nato nelle corti e applicato agli artisti, ai letterati, ai cantori”.

Dopo che la Chiesa aveva caricato vitrute di molte accezioni particolari che faranno parte della terminologia filosofica scolastica si arriva al termine virtuale, da cui deriva “che esiste solo in potenza e non è ancora in atto” (1406, F. Buti); una potenzialità inattuata.

La prima definizione di virtuale in ambito moderno si può considerare “detto di punto o immagine nel quale non convergono, ma dal quale sembrano provenire, i raggi luminosi” (1805, D’Alb.: fuoco virtuale) riconducibile alle tecniche del disegno prospettico, seguito da “detto di spostamento o lavoro possibile, cioè compatibile con i vincoli, immaginato ma non effettuato” (1933, Enciclopedia Italiana) appartenente agli studi sulla statica, indici della trasformazione di significato che ha subito il termine applicato ai diversi contesti a seconda del periodo storico. Stessa operazione adottata oggi nello sposarlo col sogno digitale. Per concludere con il più generico “di tutto ciò che può avere, ma non ha, realizzazione o manifestazione concreta” (1940 Palazzi). 8

Quest’ultima oggetto di spunti; tutte quelle “cose”, per quali ragioni non potrebbero essere realizzate o manifestate? Il digitale potrebbe essere il luogo dove manifestarle? In un mondo artificiale ma poggiato su basi concrete?
Una questione irrisolta.

Il digitale sembra assolvere almeno a ciò che concerne la “manifestazione concreta”. Tutta la tecnologia, funge quotidianamente alla manifestazione di sé stessa, significante del virtuale. Per la “realizzazione” di “tutto ciò che può avere ma non ha” gli studi attuali non riescono a dare risposte. Per ovviare all’inconveniente teorico si cerca di convertire il concetto di realizzazione tangibile portando la realtà a confondersi con i bit, e non viceversa. Se letta in questi termini la precisa definizione di virtuale troverà fine, e insieme inizio di scientificità nella ricerca, con la scoperta della “realizzazione” dell’irrisolto.

Tra le attuali definizioni date al termine, Pierre Lévy autore del saggio Il virtuale e filosofo, sostiene che il virtuale è “trasformazione da una modalità ad essere un’altra”, e lo contrappone non al reale, ma all’attuale.

“Il virtuale […] non si oppone al reale ma all’attuale. Contrariamente al possibile, statico, e già costruito, il virtuale è come il complesso problematico, il nodo di tendenze e di forze che accompagna una situazione, un evento, un oggetto o un’entità qualsiasi, e che richiede un processo di trasformazione: l’attualizzazione.”9

Emerge l’inevitabile condizione dinamica, temporale dell’evento, a cui il progettista e l’ambiente artificiale stesso non possono sottrarsi. Da qui il bisogno dello spazio costruito di digitalizzarsi per acquisire la componente dinamica nel senso Lévyano. Perciò il nodo di forze presuppone variabili che generano direttrici, interpretabili come forme, scelte, percorsi, equazioni e tensioni. Infatti Lévy continua:

“mentre lo svolgersi puramente logico di un programma informatico è riconducibile alla coppia possibile/reale, l’interazione tra l’uomo e i sistemi informatici fa capo alla dialettica del virtuale e dell’attuale” e sintetizza
“il reale assomiglia al possibile; l’attuale, invece, non è affatto simile al virtuale: gli risponde”. 10

Gabriele Musella

(8) Cortellazzo M. e Zolli P., op. cit.

(9) Lévy P., Il virtuale, Raffaello cortina editore, Milano, 1997.
(10) Idem.